Il Monte Pelmo, massiccio dolomitico del sistema UNESCO Pelmo-Croda da Lago, sopra i boschi di conifere
Monte Pelmo — foto: kallerna · CC BY-SA 4.0 · Wikimedia Commons

Chi arriva a Cortina d'Ampezzo per la prima volta resta colpito dalla forma delle montagne: pareti verticali che si alzano all'improvviso da prati e boschi, torri, guglie, altipiani sospesi. Non è soltanto un'impressione da cartolina. Il 26 giugno 2009 il Comitato del Patrimonio Mondiale dell'UNESCO, riunito a Siviglia, ha iscritto le Dolomiti nella Lista del Patrimonio dell'Umanità, riconoscendo il loro valore universale per la bellezza del paesaggio e per l'importanza geologica.

Nove sistemi, un unico patrimonio

Il bene UNESCO non è un'area unica, ma un insieme di nove sistemi montuosi distribuiti tra cinque province, Belluno, Bolzano, Trento, Pordenone e Udine, per una superficie tutelata di circa 142.000 ettari. Ogni sistema racconta un capitolo diverso della storia di queste montagne: la Marmolada con il suo ghiacciaio, le Pale di San Martino, le Dolomiti Friulane e d'Oltre Piave, e così via.

Intorno a Cortina ricadono due di questi sistemi. Il primo è quello del Pelmo e della Croda da Lago, con l'imponente massiccio del Pelmo, che per la sua forma viene chiamato el Caregon, il trono del Padreterno. Il secondo è quello delle Dolomiti Settentrionali, che comprende tra l'altro le Tofane, il Cristallo, i gruppi di Fanes e Senes e le Dolomiti di Sesto: gran parte delle cime che vedete dalla conca ampezzana.

Due ragioni per un riconoscimento

L'UNESCO ha motivato l'iscrizione con due criteri. Il primo è la bellezza paesaggistica: le Dolomiti sono considerate tra i paesaggi montani più spettacolari del mondo, per il contrasto tra le forme verticali delle pareti e quelle orizzontali di cenge, altopiani e ghiaioni, e per i colori che cambiano durante il giorno.

Il secondo criterio è il valore geologico e geomorfologico. Le Dolomiti sono il luogo classico in cui studiare le montagne fatte di roccia dolomitica: in pochi chilometri si concentrano formazioni carbonatiche diversissime, pareti verticali tra le più alte del mondo e forme modellate dall'erosione, dai movimenti della crosta terrestre e dai ghiacciai.

Un mare tropicale diventato montagna

La parte più affascinante della storia comincia oltre duecento milioni di anni fa, nel Triassico. Dove oggi si alzano le cime, si stendeva allora un mare caldo e poco profondo, punteggiato di isole e di scogliere costruite da organismi marini, simili alle barriere coralline dei mari tropicali di oggi. Nel tempo quei sedimenti si sono trasformati in roccia, sono stati sollevati con la formazione delle Alpi e infine scolpiti da acqua e ghiaccio. Per questo, camminando in quota, non è raro notare nella roccia le tracce di conchiglie e di altri organismi marini.

Chi vuole vederli da vicino può visitare a Cortina il Museo Paleontologico Rinaldo Zardini, uno dei musei delle Regole d'Ampezzo, con una ricchissima raccolta di fossili del territorio ampezzano.

Il nome di un geologo francese

Le Dolomiti devono il loro nome a Déodat de Dolomieu, geologo francese che alla fine del Settecento, durante i suoi viaggi nel Tirolo, notò una roccia simile al calcare che però reagiva in modo diverso agli acidi. Pubblicò le sue osservazioni nel 1791 e l'anno successivo il minerale fu chiamato dolomite in suo onore. Da lì, il nome passò alle montagne.

A rendere celebri queste cime è anche l'enrosadira, il fenomeno per cui al tramonto le pareti si accendono di rosa e arancio: una luce che le leggende ladine hanno raccontato con storie di re e giardini di rose, e che si deve al modo in cui la roccia chiara riflette la luce radente del sole.

Da sapere: il territorio UNESCO è un ambiente delicato. Restate sui sentieri segnati, riportate a valle i rifiuti, non raccogliete fiori né fossili e informatevi sulle regole delle aree protette, come il Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo.

Vivere il patrimonio da vicino

Il modo migliore per capire perché le Dolomiti sono uniche è camminarci dentro, con calma e rispetto. Chiara Home Cortina, a soli 100 metri da Corso Italia, è una base comoda per partire ogni mattina alla scoperta di questo patrimonio e tornare la sera a guardare l'enrosadira dal centro del paese.

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